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L'età moderna

Dopo le testimonianze della presenza micenea a Vivara, manca qualsiasi notizia storica fino al 1600, salvo il ritrovamento di alcune tegole di un tempio arcaico ascrivibile al VI secolo a.C.
I romani consideravano Vivara un luogo di caccia e le acque del Golfo di Gènito, all’interno del cratere, un vivaio di pesci. Il cratere, infatti, all’epoca più alto
di oggi e quindi quasi del tutto chiuso, isolava dal mare un grosso bacino d’acqua. Da qui deriva il nome Vivarium, divenuto poi, probabilmente Vivario; Vivaro compare per la prima volta nei documenti storici del XIV secolo, e infine Vivara. Nel 1634 vi si andava a caccia, specialmente degli animali fàttivi introdurre
dalle Calabrie circa un secolo prima da Alfonso d'Avalos d'Aragona; in quegli stessi anni si cominciò a mettere a coltura l'isoletta pur continuandovi l'esercizio venatorio.
Il Duca di Bovino Giovanni Guevara vi andava a caccia dalla vicina Ischia; sembra dovuta a sua iniziativa la costruzione, sul punto più alto di Vivara, della villa e degli edifici colonici, datati 1681. Con l'avvento di Carlo III di Borbone al trono di Napoli, nella seconda metà del Settecento, Vivara è nuovamente destinata esclusivamente alla caccia. È in questi decenni che viene costruita la Casa del Caporale, al cancello d’ingresso dell’isola, pare con l’autorizzazione del re, dal caporale della guardia del corpo di Carlo III, che nel congedarsi da questo suo ufficio, chiese il favore al re di costruirsi questa casetta. È di questo periodo probabilmente anche la torre nei pressi degli edifici superiori; forse essa era usata come postazione di caccia, il cosiddetto pulpito (foto in alto) che usano a Procida per la caccia alle tortore.
Non minore fu lo zelo venatorio del nuovo re, Ferdinando IV, profondamente turbato però dalle note vicende storiche che lo costrinsero a fuggire in Sicilia, in seguito all'insediamento dei napoleonici a Napoli. Tra la fine del Settecento e gli inizi dell’Ottocento, Vivara, a causa della sua felice posizione strategica, divenne allora un avamposto militare sul mare, dove i francesi costruirono anche due fortini adibiti a postazione per batteria di cannoni, allo scopo di prevenire tentativi di sbarco dei legittimisti borbonici asserragliati a Ponza e Ventotene. I fortini, in parte smantellati poi dagli inglesi, sono ancora visibili oggi a nord e all’estremo sud dell’isola.

Nel 1818 Vivara è ceduta come demanio pubblico al Comune di Procida che nel 1833 la cede in affitto  perché sia coltivata; s’inizia così la grande trasformazione del verde dell'isola, che viene per circa due terzi distrutto e sostituito con vigneti e oliveti, in seguito a grossi lavori di terrazzamento.
Nei primi decenni del 1900 viene costruita sul pianoro sommitale dell’isola una serie di nuovi edifici, tra i quali la cosiddetta Vaccheria e la Carcara, fornace dove veniva ricavata la calce; vengono risistemati alcuni ambienti della Casa padronale per la produzione del vino e dell’olio e viene creato un sistema di cisterne sotterranee collegate con tre pozzi e con un sistema di raccolta delle acque piovane.
A due architetti inglesi dell'inizio del 1900 è da attribuire la costruzione della Tavola del re, l'edificio posto a sud dell’isola.
Il ponte, oggi di proprietà dell’acquedotto campano, è stato costruito nel 1957 dalla Cassa per il Mezzogiorno per convogliare l’acqua dalla terraferma a Ischia. Al suo interno ci sono le tubazioni, che, seguendo un percorso sotterraneo lungo il sentiero principale dell’isola, proseguono poi verso Ischia per vie sottomarine.

I fratelli Biagio e Domenico Scotto La Chianca, gli ultimi proprietari privati, gestirono Vivara come azienda agricola fino agli anni trenta. Alla morte di questi ultimi, l'isola nel 1940 divenne per lascito proprietà dell'Ospedale Civico di Procida Albano Francescano, Ente di assistenza e beneficenza, che ha tentato ripetutamente di darla in affitto ad aziende agricole, con esito però costantemente fallimentare. L'Ente proprietario, nel 1972, era sul punto di accogliere la proposta della “Vacamar”, una società specializzata nell'organizzazione di villaggi per vacanze marine per un’utilizzazione turistica del territorio. Ma contro una tale idea insorsero le associazioni ambientaliste (WWF e Comitato Giuridico Ecologico) le quali ottennero che la Regione Campania prendesse in affitto l'isoletta in pericolo, per farne un luogo di tutela e un centro di osservazioni naturalistiche. Nel 1974 Vivara fu dichiarata “Oasi di protezione naturale”, con decreto del Presidente della Giunta Regionale (n. 609 del 10 maggio 1974). Dal 1979, inoltre, l’intero territorio è sottoposto al vincolo archeologico. Nel 1977 fu stipulata una convenzione tra l’Assessorato Agricoltura e Foreste della Regione Campania e l’Unione Trifoglio, un’associazione naturalistica con intenti educativi, che per 16 anni, cioè fino al 1993, ha svolto sull’isolotto, volontariamente e gratuitamente, opera di guardianìa, salvaguardia ed educazione dei giovani.

Biotopo di rilevante interesse nazionale, ampiamente documentato da numerosi contributi scientifici, Vivara è stata individuata dalla Regione Campania, nell'ambito del programma comunitario «Natura 2000» e del relativo progetto italiano «Bioitaly», tra i S.I.C. – Siti di Importanza Comunitaria, secondo i princìpi contenuti nelle Direttive CEE /79/409/CEE “UCCELLI” e 92/43/CEE “HABITAT”. Con decreto del Ministero dell’Ambiente del 24 giugno 2002, pubblicato sulla Gazzetta ufficiale n. 225 del 25 settembre dello stesso anno, l’isola di Vivara è diventata Riserva Naturale Statale.